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Elisabetta Bovo

BEN PERETTI L’IMMAGINE COME CENERE VIVA 


La creazione vive come genesi sotto la superficie visibile dell’opera
              
Paul Klee ( Gedichte, Poesie, 1914 )

Nell’opera Perettiana la tecnica svolge un ruolo indubbiamente importante; ingobbio, intonaco, intonachino, materiali edili, terre e pigmenti preziosi mescolati e diluiti ad arte sono elementi essenziali, il cui l’utilizzo richiede un’approfondita competenza. La pittura a fresco, inoltre, fa pensare ai tempi lunghi dell’arte medievale, della costruzione di cattedrali – processo laborioso e titanico che poteva durare più d’un secolo -, richiama alla mente i grandi cicli murali dipinti nell’arco di più giornate da maestro e allievi di bottega, e tecniche tramandate attraverso generazioni di maestranze. Ci richiama Giotto della Cappella degli Scrovegni a Padova o della Basilica di S. Francesco ad Assisi, ci rimanda anche al Rinascimento, al magistrale e sovrumano esempio d’arte michelangiolesca a Roma, nella Cappella Sistina. Che un artista contemporaneo si cimenti con l’affresco, sia pure su pannello e con velature a secco, e cerchi da sé i propri colori, li crei, mescolando terre, ossidi e polveri alla maniera antica, si misuri con l’intonaco e la sua facile disseccabilità, con la sua possibilità anche di assorbire il colore e di restituirlo in superficie, per un processo chimico ben noto, con effetti di estrema leggerezza, rivela mestiere e passione, capacità tecnica e curiosità intellettuale, abilità artigianale e creatività che si sostanzia di un’abile e paziente manualità. La levità e la disinvoltura con cui, come pochi altri artisti sanno fare, Peretti sa distanziarsi dalle proprie opere per guardarle con occhio disincantato e oggettivo, non precludono la certosina applicazione e la costanza del suo impegno nel realizzarle, la sua dedizione totale al proprio compito d’artista. Il suo affaccendarsi sulla tela prende la forma di una concentrazione e successione di operazioni compiute sulla materia del colore ancora fresca, quasi a sfidarla, a provocarne la risposta in termini estetici. 


Il pittore la mette alla prova - con la capacità di ripetere ogni volta la sequenza di gesti che lo rende abile nelle tecniche acquisite e gli permette il raggiungimento degli effetti voluti - incidendola con segni e reticoli, imprimendovi qualche solco o linea di demarcazione interna allo spazio pittorico. Le sue mani rispettano e assecondano la materia, pur trasformandola secondo un sentire che è progetto estetico e nel contempo ascolto e osservazione dei materiali e della loro natura, con l’occhio costantemente rivolto anche alla componente concreta, tattile, della pittura e alle tecniche che la tradizione pittorica ha elaborato nel corso dei secoli. E così la physis, il mondo della materia - anche inorganica, minerale - ne favorisce l’operare, si piega al suo tocco d’artista, a quel processo del dar forma nuova alle cose che gli antichi greci chiamavano techne e che noi traduciamo con la parola arte.
Per questo i dipinti di Ben emanano un fascino d’antico, come fossero scampati all’oblio del tempo in forza di un’energia in essi racchiusa, eppure sfuggenti ad ogni sforzo che dall’esterno tenti di bloccarli in qualsivoglia stato di quiete per poterne afferrare un assetto definito e definitivo. Le sue tele, i suoi affreschi, su tavola (pannello in legno tamburato) o su tela di iuta spalmata d’intonaco, si presentano, invece, come soglie visionarie ove cogliere le infinite risonanze del dialogo che la luce intesse con la materia, con l’eco del colore che traspare sotto la coltre ovattata di superficie, e dove scoprire l’energia pulsante che le pervade.